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corradoinblog appunti sicuramente utili a me, a volte anche agli altri, di Corrado Truffi


Responsabilità nazionale
post pubblicato in Politiche, il 15 luglio 2010

La responsabilità nazionale, invocata oggi dal solito D'Alema che parla del governo delle larghe intese, rischia di portare alla definitiva sconfitta del PD, così come a suo tempo ha sconfitto il PCI.

Quel che balza agli occhi da questa intervista, è l'eterno ritorno dello stesso ragionamento fatto dal PCI fin dall'inizio degli anni '70, allora nobilitato dall'idea del compromesso storico. Ma, oggi, senza possibilità di alcuna nobiltà, visto che la controparte è il PDL, una versione se possibile peggiorata della DC di allora.

Il ragionamento, in breve, è questo: la crisi economica e morale svuota di credibilità il centro destra al potere, che non è in grado e soprattutto non è degno di governare. "Quindi" occorre un patto fra tutte le forze responsabili, incluso ovviamente lo stesso centrodestra nelle sue componenti "buone", per varare un governo di transizione che faccia le indispensabili riforme. Prima fra tutte, ça va sans dire, quella elettorale.


Ora, pur facendo esercizio di moderazione ed evitando di inveire contro D'Alema perché è D'Alema, vorrei provare ad osservare almeno alcune cose:

  1. Quel "quindi" non ha alcuna logica: se il centrodestra è strutturalmente pieno di ladri, di personaggi collusi con la mafia, di lobbisti di scarsa moralità, è evidentemente ben poco credibile associarlo a un governo virtuoso di qualunque tipo; inoltre, se all'epoca del compromesso storico il ragionamento di Berlinguer, con tutti i suoi limiti, aveva almeno un senso nella presa d'atto della situazione internazionale, dell'impossibilità del PCI in quanto partito comunista di governare un Paese delle NATO senza provocare contraccolpi o colpi di stato, oggi non c'è nessuna impossibilità per il PD di governare, non c'è nessun vincolo esterno che imponga soluzioni di "solidarietà nazionale".
  2. La storia degli ultimi quaranta anni dovrebbe averci insegnato che ogni volta che la sinistra fa il portatore d'acqua a governi di larghe intese, perde ulteriori consensi e consente alla destra di ripartire e riprendere l'egemonia, perché le politiche delle larghe intese sono sempre state politiche di sacrifici a senso unico. L'unica, parziale eccezione è stata l'esperienza del governo Dini, che però era certo un governo tecnico e moderato, ma non era un governo di larghe intese, bensì il governo del "ribaltone".
  3. Sperare che un governo di "larghe intese", in quanto coinvolge tutta la classe politica, consenta di fare le famose "riforme strutturali che fanno bene al paese ma sono impopolari" è nei fatti una pia illusione: un governo di larghe intese è per definizione un governo paralizzato dalle lobby e bloccato da veti incrociati.
  4. E infine, anche nella ipotesi teorica della massima collaborazione ed onestà da parte di tutti, dubito che sarebbe facile concordare su quali siano davvero queste famose "riforme strutturali che fanno bene al paese": una vera riforma del fisco? la tassazione patrimoniale delle rendite? la tassazione delle speculazioni finanziarie? la totale liberalizzazione delle professioni? l'abolizione delle prefetture invece delle province? l'introduzione di un reddito minimo di cittadinanza? il matrimonio per le persone dello stesso sesso?


Insomma. Smettiamola di baloccarci con questi sogni politicisti, pensioniamo finalmente questi dirigenti cresciuti nella cultura comunista che faceva dell'incontro fra le "grandi forze popolari" il centro della propria politica (con i pessimi risultati che si sono poi visti), e che ne danno oggi  una versione caricaturale - se non altro perché le "grandi forze popolari" non esistono più, e fa un po' ridere pensare all'incontro fra le "grandi forze" di Fare Futuro ed Italianieuropei.


E pensiamo a un programma, una politica, delle persone nuove per governare da sinistra questo paese.

Economia senza storia
post pubblicato in Marx, il 29 giugno 2010

L’austerità non può essere a senso unico. Si possono chiedere sacrifici ai lavoratori. Ma i lavoratori hanno tutti i diritti di chiedere che cosa sono disposti a fare gli altri, coloro che più hanno, per salvare l’avvenire economico del paese. Se gli si risponde [. . .] che bisogna accantonare le riforme, rassegnarsi alla ingiustizia fiscale, mantenere intatti i vecchi rapporti di potere, è come se si dicesse che da questa parte non si vuole pagare letteralmente niente.

 

Quando sono state scritte queste parole? Nel 1964, da Enzo Forcella in un articolo su Il Giorno. Era la "congiuntura", la prima crisi dopo il miracolo economico, con conseguente ristrutturazione, disoccupazione, ecc.
Ricorda qualcosa?
Ricorda che ogni volta che il capitalismo va in crisi, il modo di uscirne è sempre lo stesso: far pagare ai lavoratori. Perché, anche quella volta, non vi fu giustizia fiscale, né riforme, né pagarono anche i "ricchi".

Ora, questa constatazione banale dal punto di vista dell'esame oggettivo dei fatti storici, è sistematicamente occultata da una cortina fumogena di giustificazioni tecniche ed economiche offerte dall'economia mainstream. Ogni volta ci sono apparenti buoni motivi per convincerci che "i sacrifici" sono inevitabili, e che in fondo in fondo ce li siamo pure meritati perché la colpa, come sempre, è dell'inefficienza pubblica, e non della rapina privata.

Il fatto è che l'economia è diventata, sopratutto per una legione di economisti giovani, brillanti, intelligentissimi, tecnicamente preparati, una pura tecnica senza storia, un esercizio di modelli matematici e un gioco di equilibri più o meno perfetti. Eppure, basterebbe provare a fare economia con  la storia, provare a smetterla con la pretesa di vedere il gioco economico nel vuoto pneumatico della tecnica economica o, al massimo, nel contesto della politica del breve periodo, per scoprire che - appunto - la storia avrebbe davvero tanto da insegnare all'economia, per provare a non ripetere pervicacemente gli stessi errori. Esemplare, in questo senso, questo articolo che invito a leggere.

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Dal 1963 al 1968 la percentuale del reddito spettante al lavoro salariato scende dal 63% al 57% (al livello cioè del 1961).

All’aumento della produzione si aggiunge una forte ripresa delle esportazioni. Eppure - a differenza di quel che avviene negli altri paesi europei - gli investimenti industriali riprendono solo con molta lentezza, mentre cresce a dismisura la fuga di capitali all’estero. Continuano inoltre i flussi migratori, e Michele Salvati ha segnalato «l’assurdo quadro complessivo di un paese che esporta, insieme, capitali e lavoro invece di farli lavorare entrambi sul territorio nazionale». Si apre qui il secondo versante della contraddizione alla base del rilancio produttivo vi è una ristrutturazione aziendale basata largamente sull’utilizzo intensivo della forza lavoro, sull’aumento dei ritmi, sulla parcellizzazione ulteriore delle operazioni. Si accentuano per questa via i processi precedenti: alla Fiat gli operai comuni sono il 44% nel 1957 e più del 65% dieci anni dopo. I passaggi alle categorie superiori avvengono spesso secondo procedure arbitrarie, volte a privilegiare la «fedeltà» e l’obbedienza» del lavoratore all’azienda, mentre crescono ovunque le forme di lavoro ripetitive e assillanti.

Quando uno proprio non ce la faceva più per i ritmi troppo veloci, si imbarcava. Era una forma di lotta individuale, che a volte avevi i mezzi e la possibilità di fare. Imbarcarsi vuol dire, in catena di montaggio, perdere il tuo posto di lavoro e andare sempre più avanti sulla linea in movimento dietro ai pezzi su cui devi lavorare. Vuol dire che pianti un casino tale che gli altri non riescono più a lavorare [...]. Quando però si arrivava all’esasperazione, succedeva che la maggior parte piangevano. Ho visto gli operai piangere, battere la testa e i pugni, buttarsi per terra, proprio crisi isteriche.


È difficile stupirsi se negli anni della «modernizzazione» gli incidenti sul lavoro aumentano anziché diminuire e si diffondono al tempo stesso patologie nuove.

Agli inizi del 1967 Giorgio Bocca prendeva a bersaglio i luoghi comuni sul miglioramento delle condizioni di fabbrica, riferendosi agli operai più giovani «in quattro o cinque anni — osservava — l’organizzazione li svuota, li invecchia». «Secondo i medici e gli psicologi delle aziende di fronte a un giovane operaio che non ce la fa più, anche se ha solo 18 o 20 anni, esiste questo unico dilemma: o è un malato malato o è un lavativo, e allora gli diamo un po’ di sulfamidici o lo licenziamo. Ma i sulfamidici e i licenziamenti, valli un po’ a capire questi operai della nuova generazione, né guariscono le ulcere né fanno cessare i tremori né sciolgono le tristezze. Valli a capire questi operai yé yé: sono migliorate le cure mediche, della medicina normale, eppure le loro «assenze per malattia» sono più numerose che in passato. Che cosa significa signor medico fiscale? Che cosa significa signor psicologo fiscale?»

Come le statistiche confermano, le assenze per malattia nelle fabbriche metalmeccaniche aumentano fortemente già in questa fase: quando cioè l’assenza di un giorno significa per un operaio - a differenza di quel che avviene per un impiegato - perdita secca di salario e controlli fiscali severi, soprattutto se il lavoratore è iscritto al sindacato o comunque «indocile». […]

Il padronato che imponeva questa intensificazione del lavoro e questa «austerità» ai propri dipendenti non dava nel contempo prova di grande moralità e spirito di sacrificio.

Secondo stime approssimati della Banca d’Italia l’esportazione di capitali all’estero passa dai 336 milioni di dollari del 1963 ai 3427 del 1969. Sull’evasione fiscale si possono ipotizzare cifre ancor più incerte, ma di dimensioni molto superiori. «Evadere il fisco e portare i soldi in Svizzera: questo fu il comportamento di gran parte della borghesia italiana una vera e propria diserzione». il duro giudizio è di parte non sospetta, Guido Carli, il quale però giustifica subito la «diserzione» con la «minaccia comunista» e con l'«estremismo» sindacale.

Dal canto suo, un presidente veneto dell’Associazione industriali difendeva così evasori fiscali ed esportatori di capitali:

Lei mi capisce, se mi trovo su una strada deserta e sento uno che dice: «Guarda che c’è un brigante che ti porta via il portafoglio», io lo nascondo. Traditore della patria? No, caro lei, i traditori sono quelli che minacciano di portarmelo via. Dico giusto?


Sciopero degli investimenti, ristrutturazione aziendale basata sull'intensificazione del lavoro, evasione fiscale ed esportazione di capitali: se questa è la norma, come confermano molti studi, c’è anche chi fa peggio. Ce lo ricorda la vicenda del Cotonificio Valle Susa, che mescola il dramma del licenziamento per migliaia di operai con una «storia padronale» che vale la pena di raccontare.

Per gli 8000 dipendenti delle fabbriche del Cotonificio la crisi si annuncia nel corso del 1964 e precipita nel 1965. Si susseguono riduzioni d’orario, sospensioni mancato pagamento dei salari, mentre la chiusura definitiva dell’azienda è una prospettiva sempre più concreta e l’allarme coinvolge interi paesi. Intanto Felice Riva, principale proprietario e amministratore delegato del Cotonificio, si occupa d’altro. Scrive nel luglio del 1965 il prefetto di Torino:

l’atteggiamento assenteista ed irresponsabile di Felice Riva è stato apertamente stigmatizzato dai sindacalisti e dai dipendenti del Cotonificio Valle Susa, dichiaratisi sdegnati che il Riva, come riportato anche dalla stampa, preferisca interessarsi della compravendita dei calciatori del Milan [di cui è presidente] anziché degli oltre 7000 dipendenti del C.V.S. e delle loro famiglie

Mi fermo qui, con la lunga citazione dal libro di Crainz che certi giovini economisti farebbero bene a leggere. Che farebbero bene a leggere anche certi pasdaran del merito - il merito, il talento, continuo a dire, e lo so benissimo, sono l'unica assicurazione e l'unica speranza contro il declino italico. Ma, accidenti, ricordarsi anche della giustizia e dell'uguaglianza, oggi, è davvero essenziale.

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Quel che davvero, profondamente, mi deprime, forse per il mio passato di appassionati studi economici, è constatare come persone intelligenti e colte, innovative e niente affatto a priori "di destra", siano talmente impastoiate nella razionalità limitata della scienza economica mainstream, da giustificare qualunque ricetta che proponga tagli di spesa pubblica e tasse, in nome di un'efficienza e una futura crescita che da un lato è economicamente impossibile e, dall'altro, è e sarà causa di ulteriori terribili ingiustizie e povertà.

Ce l'ho - di nuovo - con quelli di nfA, e con il loro furore ideologico usato a piene mani contro quello che loro certamente vedono come un furore ideologico uguale e contrario usato dagli economisti della lettera.

I primi, pur di dimostrare le loro tesi liberiste (non neoliberiste, per carità che se no si inalberano), arrivano a sostenere che sempre e a priori la domanda e l'offerta sono in equilibrio, quale che sia la distribuzione del reddito, che la crisi di sovrapprduzione non può esistere, che l'insufficienza della domanda di keynesiana memoria è una baggianata (consiglierei loro di leggersi questi due articoli...). I secondi usano una terminologia ideologica e datata per sostenere tesi economiche corrette, sembra quasi vogliano farsi impallinare dai "moderni" grazie al loro frasario più che ai loro argomenti - che sono solidissimi. Si lasciano però andare a ricette protezioniste che finiscono per somigliare al finto antimercatismo di Tremonti, mentre il problema vero di oggi non è la chiusura ma l'apertura, non è difendersi, ma attaccare. Non è ridurre gli stipendi a Pomigliano, ma aumentarli a Pechino. 


Ecco, credo che un bagno nella storia, che gli economisti della lettera hanno ben presente, farebbe bene ai giovinotti di nfA. E credo che gli economisti della lettera farebbero bene a prendere sul serio il peso del diffondersi, fra i più giovani studiosi, di un modo di pensare così lontano da quello cui è abituata la sinistra tradizionale.


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In questo modo di pensare, del resto, vi sono due elementi di fondo, filosofici e morali, che  sarebbe bene indagare. 

Il primo elemento è costituivo dell'economia mainstream, anzi è il suo unico fondamento: l'opinione che il mondo sia governato dall'interesse individuale dell'individuo autointeressato, e che la composizione di tali interessi sia tutto ciò che si può fare. In breve, l'uomo è naturaliter individualista ed interessato al suo proprio bene, e l'altruismo è una chimera. L'uomo, in definitiva, secondo questa visione non è un animale sociale.

Il secondo elemento costituisce un'aggravante specifica dell'esperienza politica dell'Italia degli ultimi anni, che conferma ed approfondisce questa impostazione filosofica di base: il livello di corruzione e di scarsa moralità dell'amministrazione pubblica italiana - e dell'Italia nel suo complesso - sembrano fatti apposta per confermare l'idea che, dato che l'uomo è per definizione egoista, è sbagliato affidare troppe cose allo Stato e alla politica, che sopratutto in Italia, e del resto "per definizione", non saranno in grado di fare l'interesse generale. Molto meglio affidarsi a meccanismo automatici di mercato, che portano (magari fosse vero, dico io) a comporre gli interessi individuali grazie al bialnciarsi delle utilità marginali.


Ecco, sul primo elemento esiste una enorme bibliografia che contesta, dal punto di vista morale, filosofico, antropologico, storico, l'esistenza di questo immaginario uomo economico. Ma quando questa "invenzione" si rafforza grazie alla specifica realtà del familismo amorale, della corruzione dilagante, della sfiducia cinica nelle istituzioni del nostro bel paese, è davvero difficile controbattere e continuare ad articolare ragionamenti positivi.


Forse, è più questa sfiducia globale nel prossimo che la convinzione scientifica che muove i giovini di nfA. E questo è davvero triste.

 

C'è sempre un buon motivo
post pubblicato in Cultura d'impresa?, il 17 giugno 2010

Questo commento a un Post de ilPost merita un applauso:

Ah, c’è sempre un buon motivo per metterla in quel posto a chi lavora. E a chi potrebbe/dovrebbe andare in pensione. C’è gente che ci studia dalla mattina alla sera, a come fregare i lavoratori con concetti asettici o parola alate, addirittura talvolta gonfie di promesse, sempre moderne.

Naturalmente, tutto è finalizzato a rendere più competitivo il lavoro e salvarne l’esistenza.

Sono vent’anni che i diritti del lavoro vengono levati a uno a uno, come i vestiti di una lap dancer. Non mi pare che sia servito a evitare crisi, disoccupazione, delocalizzazione. In compenso incominciamo a intravedere il culo, ma non è una lap dancer, è un lavoratore.

(la versione integrale qui)

Ovviamente è un commento unilaterale. Ovviamente concordo con chi nota che l'accordo di Pomigliano è inevitabile e necessario, anche perché la parte sul diritto di sciopero, anche fosse firmata, è inefficace per Costituzione. Ovviamente, l'assenteismo inaccettabile nello stabilimento di Pomigliano (i certificati di malattia che cadono copiosi nei giorni di sciopero...) è un ottima giustificazione a qualunque indurimento della controparte.


Ma trovate giusto che, dato che esistono i falsi invalidi, quelli veri ma solo al 78% non possano godere di un pur piccolo aiuto? No? Bene, allora perché dovrebbe essere giusto che dato che esistono gli assenteisti anche i malati veri debbano pagarla?

Buttare il bambino dei diritti con l'acqua sporca dell'inefficienza e della disonestà italica è diventato ormai sport nazionale. Perché nessuno prova a combattere davvero l'inefficienza e la disonestà, ma cerca sempre scorcitoie per farlo.

Non perdere l'occasione per stare zitti
post pubblicato in Pillole, il 8 giugno 2010
Ma questi liberal del PD tipo Morando, quand'è che impareranno a stare zitti invece di abboccare a ogni provocazione di Tremonti?

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Disobbedienza civile
post pubblicato in Politiche, il 8 giugno 2010

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Opinioni (quasi) meditate
post pubblicato in Sion, il 7 giugno 2010

Ora, dopo che le informazioni sono state date, mi sento di raccogliere qualche opinione più meditata sulla tristissima vicenda della Freedom Flotilla. Ecco qui una scelte delle cose più intelligenti che ho letto:

Prima di tutto il dialogo che Marina Morpurgo ha pubblicato, da cui traggo questo pezzo:

Mentre su tutto il resto ho idee vaghe, di una cosa sono abbastanza sicura, ovvero che non è il momento di fomentare la creazione di due campi ostili (pro-Israele contro-Israele), in modo magari da concentrarsi su un lato più inquietante della vicenda – ovvero il rinascere di sentimenti antiebraici in settori ampi della popolazione mondiale, e non più in frange isolate. Mi sembra piuttosto il momento di fare appello alla ragione, invece di continuare ad addossare agli “altri” difetti, torti, crimini, colpe. Questo genere di dialogo va avanti dal 1948, e si sono visti gli effetti che ha prodotto: un conflitto di estensione e durata eccezionale, mentre altrove situazioni altrettanto drammatiche sono state pacificate.

Poi anche questo brano di Gabriele Levy, sia pur tratto da una lettera troppo unilaterale che complessivamente non condivido affatto:

E quando mi ricordate della Nakba, la tragedia palestinese, vi prego, non scordatevi della nostra Nakba: circa 700 mila ebrei sono dovuti scappare negli anni '50 dai paesi arabi, dove venivano massacrati in pogrom ben organizzati. 
Io stesso sono figlio di un ebreo fuggito dall'Egitto. 
C'e' stato, tanti anni fa, un semplice e doloroso scambio di popolazioni. 
Ma gli ebrei immigrati in Israele si sono integrati nel paese. 
Invece i palestinesi sono sempre stati trattati, nella loro Diaspora, come un popolo da differenziare sempre. Ad esempio in Libano c'e' una legge per cui un palestinese non puo' possedere terre. 
Ed in Giordania stanno cacciando via migliaia di palestinesi. 
E nessuno dice niente. 
I palestinesi servono sempre. 
Servono ai dittatori arabi, che governano in maniera fascista il mondo arabo. 
Se gli arabi non avessero il nemico satanico israeliano, si renderebbero conto che il responsabile della loro miseria, economica e culturale, e' proprio colui che li domina da decenni; da Assad a Mubarrak, da Gheddafi a Ahmadinejad. Veri fascisti professionisti.

Le osservazioni di Giovanni, che ricorda che nel conflitto, più che "due ragioni", come diceva Fassino, si confrontano due torti:

Perché le due cose – che (molti dei) pro-palestinesi siano degli invasati, e che l’esercito israeliano sia quello con meno scrupoli in Occidente – non sono in contraddizione, anzi sono la perfetta descrizione di quello che succede in Medio Oriente. Da mezzo secolo.


Ancora, il bell'articolo di Guido Caldiron su Liberazione, che finalmente prova a fare i conti con quelli che qualcuno chiama pacifinti:
Chi abbia partecipato negli ultimi anni a una qualunque manifestazione a sostegno dei diritti dei palestinesi si sarà facilmente reso conto di come le “piazze della pace” siano cambiate lasciando troppo spesso spazio a tante, pericolose, voci di guerra. Che nelle mobilitazioni per la Palestina sia ormai più facile sentir pronunciare “Allahu Akbar” che non parole, magari dure, ma che parlano di “politica”, è sotto gli occhi di tutti. Che figure che poco hanno a che fare con la storia della sinistra e delle forze democratiche - come chi sostiene il “diritto alla ricerca storica” dei negazionisti alla Faurisson o firma interventi sui siti antisemiti - possano essere considerate parte del “popolo della pace”, è storia di questi giorni. Che la stella di David possa essere accumunata alla svastica per denunciare la deriva di Israele appartiene allo stesso repertorio, più volte esibito nelle nostre città.
Si tratta di fenomeni o figure isolate, di eccezioni che confermano la regola di una situazione altrimenti sotto controllo? Potrebbe darsi, se non si fosse contemporaneamente assistito ad un altro fenomeno, anch’esso evidente a tutti. Quelle piazze che si andavano riempiendo di slogan truculenti e di mortifere invocazioni religiose - come altro definire l’elogio del martirio, raccontato venerdì da “Liberazione”? -, si sono infatti progressivamente” vuotate dei pacifisti. Il popolo della pace non esiste più? O più semplicemente in tante e in tanti si sono stufati, spaventati, irritati di veder trasformare le loro battaglie in difesa dei diritti, per la libertà e contro la guerra - in Palestina, ma non soltanto lì - in una sorta di tragico scimmiottamento del conflitto, della sua lingua, dei suoi simboli?

E come conclusione, la conclusione operativa di Marina:

Questa è solo una lettera, che ho deciso di mandare ad alcune persone che stimo e/o che mi parevano più interessate. E contiene una proposta, ovvero che sarebbe molto bello se ognuno di noi, almeno per un periodo, si impegnasse in uno sforzo rivoluzionario.

Se è pro-palestinese andrà a fare le pulci ai palestinesi e al mondo arabo (il materiale non manca). Se è pro-Israele e anti-islamico andrà a vedere i fanatismi di casa sua – che non mancano. Dell’altro cercherà di vedere se c’è del buono (qualcosa c’è). L’esercizio potrebbe risultarci utile, male non farà, probabilmente impareremo cose nuove, anche se sarà più doloroso per le nostre coscienze.

Inoltre: evitare improprie allusioni al nazismo e all’olocausto, che oltre a essere ingiustificate creano rabbia (o panico). Evitare di linciare moralmente, screditandolo, chi sostiene tesi decenti in toni decenti e interlocutori, ma che non ci piacciono.

In attesa
post pubblicato in Sion, il 31 maggio 2010
In attesa di notizie più certe, perché quando si tratta di queste cose la verità non è mai così chiara come può sembrare inizialmente, una sola cosa è sicura: Israele alla fine di questa storia sarà ancora più all'angolo e ancora più isolato. E ciò è un male per tutti, anche per quelli che ne saranno felici.


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Tecnocrazia e democrazia
post pubblicato in Tecniche, il 23 maggio 2010

Con molto ritardo, sono tornato a occuparmi di NfA. E ho provato a rispondere a chi mi accusava di avere una visione ingenua della democrazia e di rifiutare il ruolo delle competenze tecniche. Riporto qui quasi per esteso la mia risposta.


Dunque, Marco Boninu mi impartisce una dotta lezione sulla mia incapacità di capire che la competenza tecnica non è in contraddizione con il significato normativo della democrazia, ed anzi mi fa notare che una democrazia sensata deve accettare il ruolo della tecnica e dei "competenti" in una certa materia.

Ora, ammetto volentieri che nel riportare la mia polemichetta sul mio blog io sia stato un po' tranchant. Peccato che Marco abbia dedotto da ciò una montagna di conseguenze che sono molto molto lontane dal mio pensiero, direi un bel processo alle intenzioni.

Provo a mettere in ordine la faccenda. Dice Marco che i partirei dal seguente assunto:

"a) messa in discussione del valore epistemico della disciplina che contesti (in questo caso l'economia) che non amplierebbe la conoscenza delle cose, ma realizzarebbe solo "condizioni di dominio"

Avendo fatto anch'io, ahimè in anni lontani, studi di economia, non metto affatto in discussione il valore epistemico della disciplina in quanto tale, né penso che la conoscenza scientifica sia solo un modo per realizzare condizioni di dominio. Penso però che: (a) le teorie scientifiche non siano immutabili e non esista una verità rivelata una volta per tutte - è una banalità, mi sembra, da Kuhn in poi (b) ciò è vero in particolare nelle scienze "umane", inclusa l'economia, per le notissime ragioni della difficoltà di distinguere i giudizi di valore e le credenze (ideologie??) incorporate in ciascuna visione teorica - incluse le visioni teoriche che mi stanno più "simpatiche", ovviamente. Ed infatti io mi limito a contestare il modo di vedere le cose della teoria standard "mainstream" in questo momento dominante nella scienza economica. Ma non è che non veda che quella teoria ha un forte livello di coerenza interna, o che i suoi modelli in molte circostanze funzionino benissimo (ossia all'interno di un quadro a "razionalità limitata") o ancora, che possono insegnare molto di utile per politiche economiche efficaci. Ma su questo - e sull'utilitarismo - ci torno dopo, rimarcando però che non è vero che la scienza economica è solo mainstream, e che ci sono fior di economisti che pensano e praticano altri modelli. Qui faccio solo notare che non occorre avere un approccio da "Scuola di Francoforte" per poter contestare nel merito una posizione di politica economica.

b) messa in causa dell'esistenza di standard obbiettivi che consentano la valutazione in re (cioè sapendo ciò di cui si parla, non orecchiando le volgarizzazioni) delle cose che discuti; 

Vedi sopra: non metto in discussione l'esistenza di standard obiettivi. Dico che sulla base di standard obiettivi, il mainstream economico non funziona. Ovviamente chi scrive su NfA non la pensa come me, legittimamente. Ma - ripeto - altri economisti non la pensano come chi scrive su NfA. O NfA ha il monopolio della scienza economica "giusta"?

c) rivendicazione di una isegoria spinta e senza limiti dal momento che il tecnico che parla non è in una condizione di competenza realmente superiore ad un profano in quanto comunque il profano ha il merito di individuare istanze morali o di qualunque altro genere, che il tecnico, nella parzialità delle sue competenze, trascurerebbe in maniera colpevole, come tu sembri insinuare, o perchè troppo ingenuo. 

Veniamo finalmente al punto del ruolo della tecnica nel processo democratico, e nell'assunzione delle decisioni. Contrariamente a quanto Marco ha dedotto sulle mie supposte idee in merito, io, da appassionato della democrazia partecipativa e di cosette come il metodo del consenso e le procedure per il consenso informato, penso proprio che le competenze tecniche debbano essere il più possibile incluse dentro i processi democratici. Marco, forse al fine di polemizzare in modo più efficace col sottoscritto, pone in totale antinomia la competenza tecnica e la possibilità di tutti di parlare senza sapere di che si parla (l'isegoria). Io invece credo quanto segue:

 

  • Lasciare i tecnici soli nelle loro decisioni - quando queste siano decisioni con rilevanza politica o sociale o ambientale, ad esempio - comporta dei rischi non per la democrazia in se, ma per la bontà delle decisioni. Non perché i tecnici siano "cattivi" o "ingenui" (magari a volte lo sono, ma questo vale anche per i non tecnici, quindi è irrilevante), ma perché una scelta non lasciata solo ai tecnici ha più probabilità di funzionare perché capita e condivisa da chi la subisce.
  • Lasciare i tecnici soli nelle loro decisioni è anche rischioso quando lo specifico tecnico - come nella tecnica e nella scienza moderne - sia talmente segmentato da rendere assai probabile che una scelta "tecnica" in un settore generi effetti non previsti in altri ambiti (controllati da altre "tecniche"). Ma difficilmente le scelte tecniche sono pienamente transdisciplinari, e riescono a tener conto di tutte le possibili esternalità positive o negative. E quando lo sono, i "tecnici" delle varie discipline si trovano fra di loro esattamente nella stessa condizione dei "profani" che parlano senza sapere di ciò che parlano: debbono quindi adottare fra loro una sorta di processo democratico, ovviamente sotto il vaglio di standard obiettivi.
  • Lasciare le decisioni complesse agli "incompetenti", ossia adottare la visione ingenua della democrazia che Marco mi accusa di avere, è ovviamente altrettanto rischioso e per nulla intelligente. E - concordo con Marco - non ha molto a che fare con un concetto sensato di democrazia. E tuttavia, eviterei di sottovalutare la forza della competenza collettiva, della capacità di gruppi vasti di persone non competenti di esprimere giudizi che, quando aggregati, si dimostrano ex post perfino migliori di quelli espressi da piccoli gruppi di "esperti". Gli esempi di questo libro dovrebbero suggerire qualche dubbio in proposito.
  • In conclusione, più che contrapporre tecnica e democrazia intesa come "parlare per dare aria ai denti", io credo che bisogna sforzarsi di adottare il più spesso possibile, con tutta la fatica e anche la perdita di "velocità" che ciò comporta, procedimenti di decisione che includano in vario modo sia la competenza tecnica sia l'opinione dei non competenti. L'idea migliore, in questo senso, è sicuramente quella del consenso informato, nella quale si tenta appunto di trasferire almeno in parte sugli stakeholder - in partenza non competenti - le basi dell'informazione tecnica necessaria per assumere decisioni consapevoli.

Ancora due cose, sul liberismo (non liberalismo, come scrive Marco travisandomi) e sull'utilitarismo base dell'economia mainstream. Mi ha molto colpito questo commento di DentArthurDent
L'economia moderna (o quantomeno il mainstream) mi sembra una scienza pesantemente model-based e data-based, il cui fine e' fondamentalmente l'ottimizzazione di alcune grandezze quantificabili. Viceversa, quasi tutti quelli che propongono un'idea "altra" rispetto al capitalismo puntano all'ottimizzazione di alcune grandezze non facilmente definibili ne' misurabili: uguaglianza, sicurezza sociale, benessere... in ultima analisi e semplificando un po', la solita felicita'. 

 

A parte che l'uguaglianza economica è perfettamente misurabile, il punto è che il mainstream economico non si basa sull'utilitarismo filosofico, ma su una sua caricatura semplificata secondo la quale sul mercato si affaccia un homo oeconomicus che opera solo per il suo self interest. Con ciò mettendo tra parentesi sia che il mercato per funzionare deve essere inteso come istituzione e deve basarsi su una cosetta piccola piccola che è la fiducia reciproca, sia sopratutto che l'uomo reale non si muove solo per il suo interesse, fa montagne di cose del tutto gratuite - incluso il tempo speso da Marco, da me e da tutti quelli che perdono tempo a scrivere qui...

Evito di farla lunga su questo tema, ma vorrei dire a DentArthurDent che, davvero, non esiste solo il mainstream economico...

Clara Palomba
post pubblicato in Diario, il 19 maggio 2010
in questo articolo http://www.ilpost.it/2010/05/19/clara-palomba-diabete-antroposofia/ e in tutti i suoi link c'è tutto sulla triste Italia.

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Liberisti di sinistra?
post pubblicato in Marx, il 4 maggio 2010

Mi è capitato di leggere un post di nFA che contestava la contraddizione fra due successive interviste di Stefano Fassina, la prima contro il neoliberismo, la seconda favorevole a una rivoluzione fiscale che riduca la pressione fiscale in italia. Ho scorso i commenti al post - che già mi aveva abbastanza urtato, ma che in fondo poneva dubbi ragionevoli - e mi è saltata la mosca al naso. Lo studio dell'economia è diventato veramente un affare in mano a ideologi che interpretano la realtà solo con il filtro dell'utilitarismo e del cinismo. E che non si fidano in alcun modo della democrazia, dall'alto della loro supposta competenza tecnica.


Questo il mio commento. Il post e gli altri commenti li trovate al link sopra.

Ma nel merito, non vi viene manco lontanamente in mente che davvero è più importante costruire asili nido che ridurre le aliquote? (ossia dare servizi - di per sé redistributivi - invece che soldi? consentire alle donne di lavorare in un paese con il tasso di attività femminile più basso dell'occidente, invece di ridurre di 100 euro l'anno le tasse di qualche milione di contribuenti che manco se ne accorgerebbero?). E non vi viene nemmeno il dubbio che Fassina pensi in perfetta buona fede e coerenza che:

1) il neoliberismo è l'ideologia che ha sostenuto e "venduto" la versione del capitalismo che ha portato alla crisi mondiale attuale - o credete che questa crisi è solo colpa di alcune mele marce in qualche banca d'affari?

2) la sinistra è stata succube, in vario modo, di questa ideologia

3) la vecchia ricetta del deficit spending "ecchissenefrega del debito" comunque non funziona più, e oltre a tutto non è manco "giusta" in un'ottica di sinistra egualitaria

4) la pressione fiscale italiana, combinandosi con la mostruosa evasione, rende il sistema oltre che inefficiente anche e sopratutto sostanzialmente regressivo ed ingiusto e, quindi, da cambiare PROPRIO da un punto di vista di sinistra?

5) per farlo mica si possono strangolare là per là le milioni di impresette marginali che mandano avanti malamente un pezzo di questo disgraziato paese, e tuttavia bisognerà pur trovare il modo di farne uscire alcune da questa marginalità, e magari segare le altre (ma questo, comprensibilmente, non si può dire troppo in chiaro).

Insomma, per farla breve, mi sembra che il Fassina 1 non sia necessariamente così in contraddizione dal Fassina 2. La contraddizione - perdonatemi - la vedete voi che vedete le posizioni di questo tipo (le posizioni di chi cerca di costruire una sinistra riformista non appiattita sul mainstream economico standard) con un pregiudizio a priori. Un pregiudizio che appare anche nella spocchia - scusatemi eh - con la quale molti commenti qui sopra tranciano giudizi sul dibattito interno del PD, sui cacicchi e i potentati e tutte 'ste menate.

Un'ultima cosa: l'aspetto più deprimente dei molti commenti che mi è capitato di leggere su nFR - non solo in questa occasione - è la prevalenza di una totale sfiducia da tecnocrati nella democrazia rappresentativa. Voi, solo voi sapete ciò che è giusto. I politici forse lo sanno (nella migliore delle ipotesi) ma non lo fanno perché altrimenti perderanno le elezioni successive. Ergo, la democrazia non funziona. Mi dite, per favore, con quale sistema pensate sarebbe opportuno sostituirla? Devo scoprire che siete d'accordo con chi si sta appassionando del capi-comunismo cinese, che non ha questi problemi (e infatti sta -pare - soffrendo meno la crisi)??


Contro il merito
post pubblicato in Politiche, il 30 aprile 2010

Benissimo, siamo tutti per premiare il merito e il talento. Chi è bravo, chi è intelligente, chi si impegna, deve avere il giusto ritorno, il successo, il buon lavoro. Niente raccomandazioni, niente figli che ereditano posti dai padri, libertà di accesso alle professioni, posti e stipendi degni per i giovani ricercatori che si sanno far valere.


Benissimo, immaginiamo un mondo perfetto, dove ci siano davvero pari opportunità di partenza ed emerge chi ha talento, a prescindere da dove viene.

Ma i meno intelligenti, i meno ambiziosi, quelli di natura tranquilla, i poco dotati da madre natura, come li trattiamo? Li ignoriamo? Che si arrangino? O magari speriamo di liberarcene proprio? Che non stiano fra i piedi a noi (*) talentuosi?


*******

Insomma, forse sarebbe ora di riflettere un po' più a fondo su questa ideologia del "merito" che, a prescindere dagli scarsi risultati pratici che ottiene, forse forse nasconde anche qualche bella nefandezza. Sinistra è uguaglianza, solidarietà e fraternità, oltre che libertà.


(*) noi, si fa per dire, io non c'entro, sia chiaro:-)) 

Peggio per noi
post pubblicato in Europa, il 28 aprile 2010

Qui Fitoussi dice tutto, ma proprio tutto, sullo scandalo delle agenzie di rating che regalano profitti agli speculatori sulla pelle della gente comune, e sul suicidio idiota dell'Europa unita.



La Cina (e forse l'India) sarà presto il centro del mondo, e noi una triste periferia declinante. Peggio per noi, se siamo così fessi da distruggere l'Euro perché abbiamo paura di irrilevanti elezioni regionali in Germania, o di credere di poter fare a meno degli extracomunitari e restare ricchi richiudendoci nelle nostre villette a schiera e nei nostri capannoni di impresette che non sanno più produrre nulla di vendibile sui mercati internazionali.



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Le due notizie di oggi
post pubblicato in Politiche, il 26 aprile 2010

Le due notizie di oggi non sono belle notizie. Mentre un po' tutti, inclusi il segretario del PD, perdono tempo a discettare sulle elezioni anticipate, le riforme istituzionali e lo "strappo" di Fini:

  • continua l'operazione di distruzione dell'Euro attraverso l'attacco alla Grecia, a cura della speculazione internazionale, agevolata da un governo tedesco per la prima volta imbelle e in mano a irresponsabili liberisti (e la Merkel, che fine ha fatto? Ha così tanta paura della paura dei suoi elettori?);
  • continuano gli affari predatori di fine era del petrolio, a cura del grandioso due Berlusconi e Putin, con la felice partecipazione dei due incumbent nostrani Enel ed Eni.

Sulla prima faccenda, non mi resta che ribadire quanto scrivevo qui citando Stiglitz. Sulla seconda, è ben difficile sperare che per quella via potremo risolvere il nostro problema energetico...



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C'è o non c'è speranza? (per il 25 aprile)
post pubblicato in Diario, il 26 aprile 2010

Normale dialogo tra colleghi, alla notizia di un furto in casa. 


Colleghi che, chi più chi meno, si dichiarano tutti antiberlusconiani.


Gli zingari, i romeni. E se li prendi e li corchi di botte o li ammazzi è colpa tua. E i carabinieri manco prendono le denunce, che è troppo lavoro. E se becchi uno zingarello in casa, la prima cosa che ti dicono è "l'hai toccato?", perché se l'hai toccato sono dolori. Anche a casa tua....


Leggo della festa della liberazione a Fossoli, del concerto a Carpi, dei giovani iscritti all'Anpi. Capire davvero quella storia vuol dire avere gli strumenti per sorvegliare il proprio pensiero, la propria ira da "padroni in casa propria". Insomma avere la capacità di combattere il leghista che c'è in ciascuno di noi.


Ma quanti leghisti ormai ci sono, anche qui a Roma, anche nel sud?


Mozioni inquinatrici
post pubblicato in Pillole, il 15 aprile 2010

Ho commentato qui la deprimente mozione inquinatrice approvata ieri al Senato, come al solito allargando un po' il discorso sul futuro (e ci tornerò appena ho tempo). 

In modo più analitico, anche Giorgio e Filippo ci sono tornati su con precisione. 

Confrontare la mozione del PD (respinta) con la ridicola e pericolosa mozione approvata dà un po' di fiducia nella competenza dei parlamentari del mio partito, e ci ricorda che davvero destra e sinistra non sono la stessa cosa.


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Ungheria a Mantova
post pubblicato in Europa, il 12 aprile 2010
Si conferma, purtroppo, ciò che scrivevo qualche tempo fa (quando avevo più tempo più voglia e più lucidità per farlo), all'inizio della grande crisi: quando il meccanismo dell'economia capitalista genera una crisi, l'Europa sceglie immediatamente la chiusura e la reazione peggiore. E così, a confronto di quanto succede in Ungheria, la sconfitta a Mantova sembra quasi una cosa normale.

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OK, avete vinto. Ora cosa volete fare di grazia?
post pubblicato in Politiche, il 9 aprile 2010

Enrico Sola dice la sua sulle elezioni, in modo paradossale ma non troppo distante da certe mie recenti considerazioni. Questo finale merita:

Nel mentre, visto che governeranno per ancora una ventina d’anni, andiamo al dunque.

Cari PDL e Lega,

- chiarito il fatto che nel prossimo futuro governerete l’Italia da Sondrio a Lampedusa, senza ostacolo alcuno

- stabilito che oltre a salvare Berlusconi dai suoi guai giudiziari e garantirvi con mille trucchi legali il mantenimento di un potere che vi sarebbe offerto comunque dagli italiani

ci volete dire che cosa avete in mente per l’Italia?

Ormai è ufficiale che comandate voi. Davvero: è come una di quelle partite in cui perdi 6 a 0 e manca mezz’ora alla fine. Non ci proviamo neanche più. Diteci, ora che non avete problemi e siete al sicuro, cosa intendete fare.

Perché a difendervi, finora, siete stati bravissimi. Ma ad attaccare, a cambiare il sistema, a farlo (orrore!) a vostra immagine e somiglianza, siete stati nulli.

Volete fare il federalismo fiscale? Fare tre repubbliche, così Milan-Napoli si gioca solo in coppa UEFA? Chiudere le frontiere, come non avete fatto finora? Uscire dall’Euro? Riempire l’Italia di casinò? Annettere la Corsica?

Avete un modello da emulare? La Svizzera? La Baviera? Il Buthan? Il Vaticano?

Insomma, fateci capire cosa volete fare, ora che tutti gli sforzi preventivi di mantenimento ad libitum del vostro potere hanno dato i loro frutti e potete davvero fare dell’Italia il paese dei vostri sogni.

E non limitatevi al piccolo cabotaggio revanscista. Sì, riabilitate pure Craxi e il fascismo, cambiate i nomi alle vie, riscrivete i libri di storia come vi pare e piace. Fate pure queste piccole fascistate, ma vi chiederei di pensare in grande.

Insomma, diteci cosa cavolo avete in mente, perché io vi seguo da un po’ e non ho proprio idea di cosa vogliate fare, al di là di autoalimentarvi e crescere a dismisura. Esattamente come il blob: la cosa più orribile che abbia visto in vita mia.

Fateci sapere, eh!? Siamo oggettivamente nelle vostre mani. Personalmente mi fate paura, ma vi tocca governare per davvero, perché i miei connazionali continueranno a votarvi in massa, incuranti delle vostre porcherie.


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La tassa più odiata dagli italiani
post pubblicato in Pillole, il 9 aprile 2010
Una volta era l'ICI. Una delle poche tasse giuste - una tassa patrimoniale ed oggettiva, e per di più l'unica tassa federalista, e giustamente ridotta in misura significativa per la prima casa.
Ora che l'ICI sulla prima casa non c'è più, la palma della tassa più odiata è passata al canone TV (che è una tassa sul possesso). Che dà luogo a infinite lamentele e a complesse discussioni sulla possibilità di controllo, sulle "lettere minatorie", sulle vessazioni da parte di RAI e ufficiali giudiziari.

In entrambi i casi, si tratta di tasse di importo in genere molto basso, certamente non paragonabile a quanto viene prelevato ogni mese dalle buste paga di ogni dipendente, o a quanto si paga senza nemmeno accorgersene, acquistando qualunque oggetto IVA inclusa.

Il ché dimostra ancora una volta che la percezione delle cose è molto più importante della sostanza. 
Un governo furbo che volesse mantenere un servizio pubblico televisivo finanziato dal canone, potrebbe ad esempio fare in modo che, in qualunque prossima modifica delle aliquote sul reddito, fosse incluso - magari ben nascosto in una qualche parziale riduzione - un micro aumento di aliquota capace di raccogliere la medesima cifra oggi raccolta col canone. E abolire l'odiato canone senza perdere un euro.

Oppure, visto che le uniche tasse che gli italiani pagano felici sono quelle nascoste nelle miriadi di giochi d''azzardo legali, si potrebbe aumentarne di una virgola il costo, e destinare l'introito alla RAI.

Dite che sa troppo di "contenti e coglionati"?

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Espelliamo D'Alema e Veltroni dal PD
post pubblicato in Pillole, il 1 aprile 2010
Ieri dicevo "niente rese dei conti interne". I giornali di oggi ne sono già piene. Cristiana concorda con me: andiamo al sodo, lavoriamo a pancia a terra per il 2013, e niente rese dei conti inutili. Ma i giornali parlano solo di Veltroni e D'Alema. Io ero un veltroniano, continuo a considerarlo un'ottima persona e un notevole sindaco di Roma. ma, a questo punto, se li espellessimo entrambi dal partito, non sarebbe meglio?

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Narrare il futuro
post pubblicato in Politiche, il 31 marzo 2010
In teoria, ci si potrebbe consolare pensando ai voti assoluti, al fatto che Mercedes Bresso ha perso il Piemonte per 9.000 voti, un'inezia. Al fatto che anche Emma Bonino ha perso per un numero di voti significativo ma non enorme (circa 70.000), in condizioni di partenza - il caso Marrazzo - totalmente proibitive.
Ci si potrebbe consolare dicendo che la frana si è fermata e ci sono piccoli segnali di inversione di tendenza (Lecco, Lodi, Venezia...). Insomma, si potrebbe provare ad arrampicarsi sugli specchi come sta facendo Bersani in queste ore.

Però: dalla "discesa in campo", nel 1994, Berlusconi ha governato più di 10 anni, e dal 2001 è stato il presidente del consiglio per 8 anni su 10. E dal 1994, e ancora più velocemente dal 2001, l'Italia perde costantemente terreno nei confronti internazionali, sperimentando tassi di crescita, livelli di produttività, indicatori di qualità della vita, livelli di istruzione sempre più lontani da quelli degli altri Paesi sviluppati.
Fossimo un Paese normale, un fallimento così evidente dovrebbe portare alla definitiva sconfitta del nostro caimano, a prescindere e senza considerare affatto tutti gli aspetti - appunto - da caimano: le leggi ad personam, il sovversivismo proprietario, il vago razzismo populista, ecc. ecc. Invece, gli italiani o non votano, facendo di tutta l'erba un fascio, o continuano in maggioranza a votarlo. Magari adottando la strategia ipocrita di votare la Lega - così puoi dire di non aver votato Berlusconi ma un partito di lotta e di governo.

Insomma, se il voto fosse dato sulla base di una valutazione dei risultati, non solo in Piemonte avrebbe dovuto vincere un'ottima Presidente uscente, una delle migliori che si potesse immaginare, ma in tutta Italia non avrebbe dovuto esserci partita, altro che 9.000 voti in più o in meno.

Bene.
Se ciò non accade, io sinceramente sono un po' stanco di dare tutta la colpa all'opposizione e - ovvio - in primo luogo al PD, che ha sbagliato strategia, non ha innovato i gruppi dirigenti, non è più sul territorio ecc. ecc. ecc. ecc. e tutta la litania delle doglianze che conosciamo benissimo e sulle quali io stesso mi esercito volentieri.

Vorrei, per una volta, dare la colpa agli italiani che continuano a votarlo, contenti o illusi di averne un vantaggio, ed anche a quelli che si sentono sempre più puri e senza peccato e votano Grillo. Vorrei dire, come Umberto Saba secondo Sereni, Porca Italia.

E vorrei pregare caldamente tutti i miei amici che già si stanno esercitando in quella che invariabilmente i giornali chiameranno "la resa dei conti" dentro il PD, a smetterla subito o meglio a non cominciare neanche. Di tutto abbiamo bisogno, tranne che di un nuovo psicodramma collettivo nel quale si parli, per mesi, solo degli assetti interni al PD, delle correnti, e di far la festa all'ennesimo segretario. E per questo, sebbene Ivan dica cose in sé e per sé giuste e condivisibili, mi preoccupa molto che quelle cose possano apparire più la versione razionale dell'attacco onestamente brutto di Ignazio Marino a Bersani (santa polenta, di autocritica si parlava ai tempi del PCUS, sorvegliamo almeno le parole!), che uno stimolo a fare ciò di cui ci sarebbe bisogno.
Perché quel che serve, ora, è una sola cosa, semplice a dirsi ma difficile a farsi: orientare tutta la nostra energia residua di militanza solo e soltanto verso l'esterno, il fuori dal PD. Niente rese dei conti interni, niente spreco di tempo in congressi, assetti, divisione delle spoglie di un potere che non c'è più. Solo formulazione e discussione di proposte, presenza capillare sul territorio con piccole iniziative diffuse, per quanto possibile buona pratica di aiuto. E, nel frattempo, semplificazione dei messaggi e capacità di narrare una storia credibile del futuro. 

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Function Point
post pubblicato in Diario, il 24 marzo 2010
Calcolare i Function Point di una serie di modifiche software è una attività talmente straniante che si riesce a fare solo se ci si prendono delle piccole pause di quando in quando. Eccole qua:

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Buona giornata
post pubblicato in Pillole, il 22 marzo 2010
Due buone notizie, oggi: questa e questa.

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Tentiamo di occuparci di cose importanti
post pubblicato in Politiche, il 17 marzo 2010
E' evidente che l'inchiesta di Trani dimostra ancora una volta quello che già sapevamo: che B è il conflitto di interessi impersonificato. E che tutti quelli che dicono che la televisione non determina i risultati elettorali sono dei poveri illusi.
E' evidente che la capacità di B di fare la vittima riporterà a votare per il PDL un bel po' di gente che, fino a ieri, aveva intenzione di astenersi, disgustata dal pasticcio liste e forse finalmente conscia dell'inazione del governo nella crisi.
E' evidente che non si può non attaccare B per i suoi sistematici attacchi a ogni libertà che non sia la sua, e prima di tutto alla libertà di informazione.
Ma è evidente che ogni volta che ci si concentra su B e B può fare la vittima, non ci si libera di B.

Insomma:

Ecco.
Tentiamo di occuparci di cose importanti, e magari riusciamo perfino a vincere le elezioni.

Cose purtroppo più importanti nelle nostre beghe elettorali...
post pubblicato in Sion, il 11 marzo 2010


pagina 28 dell'Unità di ieri c'è un'intervista a Avraham Burg che dovrebbe essere letta, con molta preoccupazione, da chi ha a cuore la sorte di Israele e che vede con raccapriccio l'involuzione presente. La lettura integrale è consigliata, ma ecco qui di seguito il cuore dell'intervista:
Cari concittadini,nonè possibile tenersi tutto quanto senza pagare un prezzo. Non possiamo tenere una maggioranza palestinese sotto lo stivale
israeliano, e al tempo stesso pensare di essere l’unica democrazia del Medio Oriente. Non può esservi democrazia senza uguali diritti per tutti coloro che vivono qui, gli arabi come gli ebrei. Non possiamo tenerci i territori e conservare una maggioranza ebraica nell’unico Stato ebraico al mondo: non con mezzi umani, morali ed ebraici.
Volete la Grande Israele? Non c’è problema: basta abbandonare la democrazia. Creiamo nel nostro Paese un efficiente sistema di separazione razziale, con campi di prigionia e villaggi di detenzione. Il ghetto di Qalqilya e il gulag di Jenin. Volete una maggioranza ebraica? Non c’è problema: o mettete gli arabi su autovetture, autobus, cammelli e asini e li espellete in massa, oppure ci separiamo da loro in modo assoluto, senza trucchi e senza inganni. Una via di mezzo non c’è. Dobbiamo smantellare tutti - tutti - gli insediamenti e tracciare un confine internazionalmente riconosciuto fra il focolare nazionale ebraico e il focolare nazionale palestinese...[...] Volete la democrazia? Non c’è problema: o abbandonate la Grande Israele fino all’ultimo insediamento e avamposto, oppure date pieno diritto di cittadinanza e di voto a tutti, arabi compresi. Naturalmente il risultato sarà che quelli che non volevano uno Stato palestinese accanto al nostro ne avrannouno proprio in mezzo a noi, attraverso le urne.
Ecco quel che dovrebbe dire un primo ministro onesto al suo popolo....


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E' finita come doveva finire (?)
post pubblicato in Politiche, il 10 marzo 2010
Se il Consiglio di Stato non ci mette lo zampino, è finita come doveva finire, nel modo che avrebbe potuto essere insieme più indolore e più giusto: Formigoni e Polverini riammessi, e quindi assicurato il diritto sostanziale al voto dei cittadini di destra. Lista del PDL nella sola Provincia di Roma non ammessa, in quanto non presentata. Ma i cittadini di destra di Roma potranno comunque votare il loro candidato e una della altre numerose liste a sostegno.
Peccato che nel frattempo il centrodestra, invece di ammettere le proprie responsabilità, ha alzato lo scontro, inventato decreti, fatto la vittima. Insomma la solita cagnara. Alla quale il centrosinistra ha dovuto inevitabilmente rispondere alzando a sua volta il livello dello scontro - e come al solito, non mancando l'occasione di farsi un po' male da solo, con le dabbenaggini di Di Pietro (alle quali il mio spirito estremista, e la fatica di sopportare questi squallidi che ci governano, ha rischiato di dare pure retta).
Ora, spero riusciremo a fare l'unica cosa giusta: continuare a ricordare che il pasticcio l'hanno fatto tutto da solo, che hanno messo toppe peggiori del buco, che chi non è capace di compilare un modulo non è capace di governare, che noi non c'entriamo niente e siamo perfino dispiaciuti di non avere l'avversario PDL a Roma.
E intanto, ricominciare a parlare di lavoro, di sanità, di ambiente, di rifiuti, di nucleare...


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Tartufi tremebondi
post pubblicato in Politiche, il 6 marzo 2010
Qualcuno, per favore, mi spieghi per quale motivo Giorgio Napolitano ha firmato il decreto "interpretativo" del nostro dittatore, affossando temo definitivamente la democrazia.
Davvero, magari non capisco per quale motivo non ci fossero appigli. Qualcuno che mi convinca con solide motivazioni mi farebbe dormire meglio.

Certo, bisogna usare il sangue freddo. Ad esempio impostando la campagna elettorale, da adesso in poi, su due soli punti: stracciano le regole per se stessi, e sono degli incapaci ai quali non bisognerebbe affidare nemmeno la gestione di un condominio.

Ma mentre il secondo argomento resta forte, il primo è stato spuntato proprio dalla firma di Napolitano: come, se un presidente "comunista" ha firmato, vuol dire che era giusto riammettere i pasticcioni, diranno.

E il primo argomento era quello davvero importante per la democrazia, mi sembra.

Link alle patate
post pubblicato in Tecniche, il 3 marzo 2010
Più che il prevedibile allarmismo del pur bravissimo Carlin Petrini, e anche più della corretta ma forse un po' troppo possibilista rassegna del problema OGM fatta da Pietro Greco, mi sembra che sia Giorgio Calabrese su La Stampa a centrare il problema: il problema è che non abbiamo sul tema un meccanismo di valutazione scientifica davvero terzo ed affidabile, e bisogna costruirlo.

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Oggi sarò qui
post pubblicato in Politiche, il 3 marzo 2010

Sequestri
post pubblicato in Tecniche, il 2 marzo 2010
Il volonteroso Enrico Rossi, candidato del PD a presidente della Toscana, ha un programma nel quale le scelte energetiche a favore delle rinnovabili sono molto enfatizzate e quasi sempre ben argomentate.
Poi scopri che, con il sincretismo tipico della politica che tutto deve tenere e contenere, il nostro propone candidamente di trasformare le centrali a olio di Livorno e Piombino - sommamente inquinanti - in centrali a carbone con cattura stoccaggio geologico della CO2 (CCS) - quindi non inquinanti e a emissioni zero, dice lui.
Peccato che lo stoccaggio geologico della CO2 sia, purtroppo, una tecnologia che ancora non esiste in natura, se non in impianti dimostrativi e sperimentali. E, sopratutto, peccato che sia una tecnologia per ora decisamente troppo costosa: l'energia elettrica prodotta da un impianto con CCS, secondo autorevoli studi, richiede almeno il 20% in più di combustibile e una notevole quantità aggiuntiva di acqua in un processo di produzione molto più complesso e costoso,  e supera quindi il costo di produzione di molte delle fonti rinnovabili, in particolare dell'eolico.


Ora, io capisco benissimo la logica della proposta. Rossi, come chiunque voglia ambire a governare un territorio, ha un pragmatico problema di fattibilità. Da un lato, sa che impianti terribilmente inquinanti come le centrali ad olio combustibile non sono più accettabili per territori già ampiamente compromessi come quelli di Livorno e Piombino. Dall'altra parte, ritiene comprensibilmente che quegli impianti debbano continuare a produrre energia, e che per farlo non sia possibile una trasformazione a rinnovabili, e per di più magari ha anche il problema dei posti di lavoro da preservare. Qualcuno gli parla della CCS, e si accende la speranza...

Il fatto è che un politico non dovrebbe limitarsi a combinare il menu di scelte tecniche che gli propongono, sulla base di una vaga ideologia pro green economy. Un politico dovrebbe provare a verificarlo, questo menu di scelte. Evitando di avventurarsi in terreni scivolosi.

Soluzioni alternative? Per esempio, proporre ad Enel un bell'impianto eolico off-shore al posto della centrale a olio combustibile. O, al massimo, una più ovvia trasformazione a ciclo combinato. E magari una piccola centrale dimostrativa per far avanzare la ricerca della tecnologia del CCS ci potrebbe pure stare, ma sapendo che, appunto, non è la soluzione...

(sul CCS, qui le opinioni di chi punta, mi sembra in perfetta buona fede, su questa tecnologia. In questo articolo una valutazione del prezzo della tecnologia CCS. Qui invece si spiega perché, purtroppo, è illusorio pensare che la cattura e stoccaggio della CO2 potranno essere usate estesamente dove ce ne sarebbe davvero bisogno, in Cina: fare efficienza e risparmio, si nota, costa molto meno. Infine, un divertente smontaggio delle dichiarazioni del nostro governo, di Enel ed ENI, sulla miracolosa soluzione del CCS)
Religioni
post pubblicato in Sion, il 1 marzo 2010
Apprezzo sempre moltissimo Giovanni proprio per il suo ragionare senza schemi e pregiudizi, quel ragionare che gli consente - e ci consente noi che lo leggiamo - di scoprire angoli nuovi della realtà.
Però, Giovanni un pregiudizio ce l'ha. Contro le religioni. Un pregiudizio, direbbe lui, e son perfino d'accordo, che non è un pregiudizio ma semplicemente la volontà laica di guardare con obiettività e pragmatismo a cosa c'è dentro le religioni. E di vedere, dentro le religioni, quel deprimente meccanismo che fa le persone schiave di convinzioni e dogmi che ne determinano il comportamento e ne minano la libertà.

Ora, come è ben noto io sono ateo e credo proprio non avrò mai conversioni di qualche specie. E credo pure che la religione sia spesso l'oppio dei popoli, come si diceva una volta.
Però, questa volta, nei giudizi che Giovanni ha dato sulla sentenza su Hina, mi sono accorto che c'è qualcosa che non va. L'uso del pregiudizio l'ha portato ad un errore di interpretazione che è grave non tanto nel merito, quanto perché c'è dietro un fondamentale errore di interpretazione dei fatti del mondo. Nel merito, come si vede se si legge questo post che peraltro non condivido del tutto, la religione non è stata movente esclusivo, né è stata o poteva essere utilizzata come attenuante.
Ma, come dicevo, il problema è l'interpretazione unidimensionale del mondo che Giovanni finisce per dare quando interpreta il mondo musulmano come univocamente determinato dalla religione e dal Corano. 


Facciamo un passo indietro. Voi interpretereste l'Europa medioevale - il tempo delle cattedrali, diciamo - come univocamente determinata dalla religione cristiana, dal Vangelo e dai papi? Non credo. Quel mondo era ovviamente intriso di religione e religiosità, ben altrimenti di quanto non sia l'attuale Europa cristiana trasformata dai colpi della modernità. E tuttavia, i comportamenti sociali, lo sviluppo delle persone, l'economia, l'arte, le relazioni fra le persone, erano determinate non solo dalla religione, e si sviluppavano oltre e a volte contro la religione. E la religione stessa era interpretata in molti modi diversi, fino alle eresie. A seconda dei luoghi, a seconda di tradizioni preesistenti, o degli effetti delle migrazioni di nuovi popoli, ad esempio, i modelli familiari erano diversi, i meccanismi di trasmissione della proprietà di padre in figlio (o figlia) erano diversi, le tradizioni matrimoniali erano diverse. E queste diversità, spesso, contribuiscono più o quanto la religione ai comportamenti e alla libertà dell'uomo (e della donna).

Ritorniamo ad oggi, per punti schematici. I paesi a religione islamica sono fra loro diversissimi per livello di sviluppo economico ma, sopratutto, per preesistente cultura e struttura familiare. Sciiti e sunniti. Asiatici, indiani, malesi, arabi, turchi. Popolazioni arabe che da ben prima di Maometto organizzavano la propria discendenza in famiglie endogamiche (nozze fra cugini). Dove quindi la cugina è certo succube, ma è anche fin da piccola nella famiglia, e quindi protetta. Non è "comprata" come la donna che va in sposa al di fuori dalla famiglia. Niente litigi fra suocere e nuore, per dire. E niente infanticidio femminile, nota piaga cinese ed orientale. E poi, popolazioni dell'Asia con discendenza matrilineare. Bigamia nell'Africa nera. E altre mille combinazioni di struttura familiare prevalente.

Questi Paesi sono tutti sottoposti all'irrompere della modernità, della famosa globalizzazione. Stanno subendo, in modo molto simile, la stessa torsione rapidissima e la stessa rivoluzione cui è stato sottoposto il nostro mondo contadino a partire più o meno dagli anni '50. Il nostro mondo del delitto d'onore, abolito - ricordo per gli smemorati - solo nei vituperati anni '70 con il nuovo diritto di famiglia.

Di fronte a questa modernità, modernamente, alcuni reagiscono con l'identarismo religioso. Come i nostri leghisti che riscoprono il peggio della religione cattolica. Peggio dei nostri leghisti, quando l'identità trovata tramite la religione diventa terrorismo. Fenomeno quantomai moderno, per altro.

Dove il fanatismo religioso è appunto un modo di leggere la propria religione. Non l'unico.

Ma questa reazione è una reazione controrivoluzionaria, direi perfino destinata ad inevitabile sconfitta. I livelli di istruzione di uomini e donne crescono, la fertilità diminuisce, i costumi cambiano. Con fatica, con passi indietro, con orrori come la teocrazia iraniana.
E, appunto, le interpretazioni della religione (islamica) cambiano e si fanno più molteplici di quanto già non siano.

Perché - ed è il punto fondamentale della questione - da ateo spostato con una cattolica col tempo ho imparato alcune cose sulla religione. Che provo a condividere col mio amico Giovanni.
Primo. Né noi, né i figli dei nostri figli vedremo un mondo senza religione. Vedremo - già vediamo - un mondo "secolarizzato", laico e dove la religione è sfera privata e legame sociale fra chi crede. Perché una buona fetta dell'umanità ha bisogno di religione. Ma è una fetta di umanità che può imparare - sta imparando - a non essere schiava del dogma.
Secondo. Ogni religione non ha un solo frame a disposizione. Il filtro con il quale ciascuno legge i propri testi sacri - per le religioni della parola, le tre monoteiste, ciò è forse anche più vero -  è quanto mai vario nel tempo e nello spazio, ed è destinato ad evolvere incessantemente. Per cristianesimo e ebraismo, consiglio a tutti di ascoltare su Radio Tre quante diverse letture, quante sottigliezze si possono usare per interpretare poche parole che credevamo univoche. Sarebbe bello che qualcuno si preoccupasse di fare un'operazione simile con il Corano. Ma sono certo che, fra i musulmani, le letture di quel testo sono le più varie - e lo saranno sempre di più.

E quindi (e la finisco, che l'ho fatta davvero lunga): dobbiamo rigorosamente combattere l'oscurantismo religioso. E l'oscurantismo religioso, oggi, è sopratutto islamico. Dobbiamo combattere tutto ciò che di medioevale, omofobo, maschilista, autoritario c'è nel frame oggi prevalente nella religione islamica (e anche nella cristiana, del resto). Non dobbiamo difendere la religione "a priori" contro i suoi cattivi profeti. Ma dobbiamo comunque sapere che ci possono essere anche buoni profeti in ogni religione. E sopportare, per il principio di laicità, che la religione ci sia e abbia il suo spazio. E lavorare al fianco di chi sviluppa frame diversi da quello prevalente ma in prospettiva inevitabilmente sconfitto.
E sopratutto, ricordare sempre che in questo mondo complicato, non c'è mai una sola chiave di lettura per ogni cosa. Non è mai tutta colpa della religione, anche se a volte è anche colpa della religione.

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