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L'arcivernice del professor Giavazzi


Ieri, sul Corriere della Sera, la premiata ditta Alesina&Giavazzi ha preso uno svarione epocale. I nostri infatti hanno scritto:

“Oggi l'energia solare si può catturare semplicemente usando una pittura sul tetto, con costi e impatto ambientale molto minori. Ma i nostri pannelli rimarranno lì per vent'anni e nessuno si è chiesto quanto costerà e che effetti ambientali produrrà la loro eliminazione”.

L’esistenza di questa arcivernice è affermata peraltro come cosa ovvia, quasi un inciso nel discorso. Perché lo scopo dei nostri è esemplificare quanto siano stati dannosi gli incentivi al fotovoltaico, che avrebbero finanziato una tecnologia ormai obsoleta. E, per questa via, dimostrare quanto siano dannosi sempre gli incentivi. In altre parole, quanto sia dannosa e da evitarsi qualsiasi politica industriale. Perché, come è ovvio, basta lasciar libero il mercato e avremo il miglior mondo possibile.

Sarà bene provare a rimettere coi piedi per terra della realtà i due nostri eroi, provando a farli scendere dall’empireo delle idee astratte e dei modelli economici formali nei quali evidentemente vivono.

1) Purtroppo, l’arcivernice fotovoltaica non esiste e non è mai esistita. Esistono da lungo tempo sperimentazioni, tentativi di produrre film sottili che rendano sensibili le superfici, con l’obiettivo di ridurre i costi dei pannelli e semplificarne l’uso. E naturalmente in rete abbondano gli articoli che promettono che questa tecnologia è già “quasi” disponibile, o lo sarà fra pochissimo tempo. Si chiamano hype, e Alesina&Giavazzi, che si occupano di economia e non di fisica e chimica dei materiali, forse farebbero bene a starne alla larga[1].

2)Anche esistessero, la riduzione di costo non sarebbe probabilmente quella favoleggiata, perché un impianto solare non è fatto solo di pannelli, ma anche di inverter, connessioni, sistemi di controllo, per non dire del costo di gestione della rete intelligente. Purtroppo, non ci sono pasti gratis.

3) Infine, ed è la cosa decisamente più importante, il possibile sviluppo dei film sottili fotovoltaici, se e quando arriverà, è esattamente uno dei possibili risultati delle politiche di incentivi che molti paesi hanno adottato in questi anni. Senza politiche attive, il business ad usual dell’uso del petrolio e del gas – che ha tuttora vantaggi competitivi evidenti rispetto alle fonti rinnovabili – avrebbe inevitabilmente trionfato, e quelle stesse imprese, quegli stessi ricercatori universitari che oggi fantasticano di arcivernici, magari starebbero studiando la prossima tecnologia per spremere petrolio dalle viscere più profonde della terra. Con tutte le splendide conseguenze sul nostro clima e la nostra salute che ben conosciamo.

(Chiarimento preventivo a possibili critiche: anch’io penso che le politiche di incentivo al fotovoltaico in Italia siano state troppo generose e in parte mal gestite. Sarebbe stato meglio adottare politiche più diversificate, ed errori ne sono stati fatti. E naturalmente accanto agli incentivi la spesa diretta in ricerca di base e in ricerca e sviluppo è l’altra gamba necessaria che, in Italia, non gode certamente di grandissima attenzione. Ma questo non muta la sostanza del ragionamento fatto sopra)

4) Ma se l’esempio per dimostrala è sbagliato, anche la tesi di fondo – l’effetto dannoso di qualsiasi politica industriale – è sbagliata in radice. Ed infatti i nostri in qualche modo sembrano quasi rendersene conto, quando ammettono che lo sviluppo italiano del dopoguerra, largamente dovuto all’intervento statale, all’IRI, ecc., è un fatto innegabile. Ma, sostengono, ora siamo in un altro mondo, dove quella strada non può più essere seguita, perché non siamo più un paese di nuova industrializzazione che può crescere per imitazione dirigista, ma un paese che deve stare sulla frontiera dell’innovazione e, quindi, deva basarsi su flessibilità e mercato. Peccato che il paese che in questi anni è certamente stato sempre sulla frontiera dell’innovazione, gli Stati Uniti, abbia una consolidata tradizione di politiche industriali molto attive e molto dirigiste, anche se pochi hanno il coraggio di dirlo. Senza scomodare le recenti politiche di salvataggio del settore auto[2], perché qualcuno potrebbe dire che la colpa è di quel socialista di Obama, basta ricordare che gli Stati Uniti da sempre praticano allegramente – e giustamente – l’aiuto di Stato alle imprese. Ad esempio riservando quote di appalti pubblici alle PMI locali. Oppure, come è ben noto, finanziando con grandi commesse (soprattutto militari) i propri campioni dell’industria tecnologica. O, ancora, praticando politiche di intervento e collaborazione con i paesi del “giardino di casa” (il Sudamerica) o del petrolio. Ed anche l’altro paese che, in vario modo, spesso ci viene portato ad esempio, quella Germania campione dell’economia sociale di mercato, non può certo essere considerata un posto dove non ci sia un attento coordinamento delle scelte strategiche industriali da parte del governo…

(Secondo chiarimento preventivo a possibili critiche: gli Stati Uniti sono anche il paese della grande flessibilità, della distruzione creatrice schumpeteriana che ha consentito a singoli innovatori di cambiare il panorama industriale - i famosi esempi di Apple, Google ecc.. In un certo senso, possono permettersi e fare con successo politiche industriali dirigiste proprio perché le fanno in un contesto di massima flessibilità e libertà d’impresa, e di massima concorrenza in certi settori chiave. Non rischiano di distorcere troppo gli incentivi, ma anzi possono davvero riorientarli in modo positivo. Noi abbiamo un mercato ingessato da corporazioni e corporativismi di ogni tipo e, quindi, politiche troppo dirigiste rischiano di far danni perché finiscono per fornire incentivi sbagliati. Da noi quindi – ribaltando il concetto espresso nel documento del PD citato nell’articolo -, “non bastano” le politiche industriali, servono anche, finalmente, ampie dosi di liberalizzazione. Non bastano ma, se fatte con cautela ed acume, servono eccome).

5) Per capire a fondo l’errore concettuale di Alesina&Giavazzi, però, dobbiamo entrare nella logica economica che ne costituisce il fondamento. La logica economica tipica dell’economia standard di questi tempi di cui i due professori sono fra i migliori e più coerenti esponenti, che si può sintetizzare nella duplice idea che il libero mercato coincide con il capitalismo, e che la storia (la società, la politica, le religioni, il potere, le idee) in fondo non esiste. Il mondo è piatto, e funziona tramite automatismi oggettivi, e tanto più gli uomini si ostinano a provare a contrastare questi automatismi, tanto più faranno danni. Ora, il problema è che la storia conta, la politica conta, e la potenza conta. Soprattutto, il libero mercato e la libera concorrenza sono la condizione per lo sviluppo dell’accumulazione capitalista, ma l’accumulazione capitalista e il conseguente eccezionale miglioramento delle nostre vite grazie al suo sviluppo, nella concreta storia umana (fin dalle prime forme di capitalismo mercantile medioevale), è stata possibile grazie a una costante negazione conflittuale della libera concorrenza, realizzata attraverso forme diverse ma convergenti nello scopo di concentrare le forze produttive e la loro potenza: ad esempio, l’emergere dei monopoli commerciali e del controllo delle rotte praticato prima dalle potenze di Venezia o Genova, poi dagli olandesi e dalla Compagnia delle Indie. Oppure il capitalismo di rapina dell’imperialismo ottocentesco, o ancora il ruolo innegabile della spesa pubblica nel secolo passato. O tutti i periodici protezionismi mercantilistici che, nei fatti, non sono stati affatto disfunzionali alla crescita del capitalismo e della ricchezza delle nazioni. In qualche modo, è proprio questa tensione fra libera concorrenza – che consente innovazione e migliore distribuzione – e concentrazione, che consente “grandi balzi in avanti” di zone specifiche del mondo che, in un certo periodo, diventano dominanti, a dare il segno alla storia del capitalismo. In qualche modo, quindi, le “politiche industriali” sono la prosecuzione di questa storia e, perciò, sono del tutto coerenti con la realtà del capitalismo. Mentre affidarsi alla sola concorrenza e al solo libero mercato è, più che cattiva ideologia, illusione.

L’economia politica è stata sempre la mia passione. E ho amato anche l’eleganza dei modelli matematici, la perfezione con cui i migliori economisti provano a spiegare la meccanica del gioco economico. Quel che mi dispiace, è che l’eccessiva specializzazione odierna possa portare ad esiti così deprimenti. Forse gioverebbe agli economisti ricordarsi che i problemi sono sistemici, e che bisogna sempre inserire l’economia nella storia, e che magari è meglio non avventurarsi in deduzioni azzardate sulla base di una incerta conoscenza della tecnologia e delle scienze dure. Un po’ più di Fernand Braudel, e un po’ più di Albert Einstein.

PS; qui notizie sull’arcivernice del professor Lambicchi.



[1] Incidentalmente, anche l’accenno al terribile costo di smaltimento dei pannelli attuali è un altro classico di chi non conosce la materia e deve dimostrare la sua tesi precostituita. Lo smaltimento dei pannelli è un problema del tutto gestibile, anche perché molto può essere riciclato.

[2] (a proposito, chissà che ne pensano Alesina&Giavazzi del Marchionne double face statalista in USA e liberista in Italia – per quel che conta, io credo che sia lo stesso Marchionne che giustamente e con successo si adatta a contesti diversi)

Pubblicato il 4/2/2013 alle 9.17 nella rubrica Tecniche.

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